L'inizio
E' generalmente noto come tutto sia
cominciato, al principio del secolo,
quando un pugno di artisti, già
consacrati o che lo sarebbero stati di lì
a poco, intuirono nei volumi ricchi,
racchiusi da contorni marcati, negli
spericolati equilibri delle masse, nei
segni forti, ora duri, ora dolcissimi,
delle prime opere negre giunte fino a
loro quella lezione formale che avrebbe
rivoluzionato ogni precedente,
consolidata visione del fare ed
apprezzare arte, spianando la strada ai
più importanti avvenimenti artistici del
nostro tempo.
Le idee scientifiche scaturite dalla
prima rivoluzione industriale avevano
velocemente travalicato il loro specifico
campo di applicazione per coinvolgere
ogni altro aspetto dell'attività
dell'uomo ivi compresa l'espressione
artistica; la scarsa considerazione di
cui le produzioni plastiche negro-africane
erano oggetto, scaturiva, infatti, non
tanto da lontani retaggi della cultura
europea, ancora strettamente legata alla
visione classico-ellenistica della forma,
quanto dall'equazione tra inferiorità
tecnologica ed inferiorità artistica.
Veri, aneddotici o falsi che siano, gli
apprezzamenti di Picasso sulla
contrapposizione estetica tra una "maschera
bianca" del Gabon e la Venere di
Milo divengono qui sintomatici di un
grande mutamento, di un interesse che si
apre verso proposte estetiche prima
appannaggio esclusivo di alcuni, tanto
eccentrici quanto sporadici, raccoglitori
di curiosità.
Al di là del rapporto viscerale ed
intuitivo che si era immediatamente
stabilito, la difficoltà che quegli
artisti (Vlaminck, Derain, Picasso,
Matisse,
) incontravano consisteva
nel trovare un criterio di valutazione
estetica applicabile ad opere, come
quelle africane, che apparivano
completamente senza storia proprio in
tempi in cui, anche superando i
pregiudizi prima esaminati, l'idea
dilagante considerava imprescindibile il
rapporto tra opera plastica e fatto
letterario (da cui essa traeva od a cui
essa dava origine) e Proust identificava
l'estimatore d'arte in colui che fosse
stato in grado di comprendere il
'soggetto' di un quadro.
Si delineò allora la cosiddetta "autonomia
del fatto plastico" nella cui
visione l'opera appariva liberata da ogni
infrastruttura culturale, nuda, forma
nuova, ma innanzitutto pura forma,
fornendo così risposta al bisogno di un
ritorno alle origini che rompesse con la
tradizione naturalistica, sentito
principalmente dai Fauvisti, ma ancor più
codificando quella fondamentale lezione
stilistica che fu alla base della
scomposizione cubista.
L'errore
Appare comunque chiaro che l'entusiasmo
prima maniera per le "nuove"
espressioni plastiche se ebbe da un canto
il merito innegabile di attirare su di
esse l'attenzione della nostra cultura,
ebbe per altri versi, il grosso limite di
mantenerne circoscritto l'interesse alla
mera indicazione formale che il taglio di
quelle opere proponeva.
Un tale atteggiamento critico nei
confronti dell'arte africana appare oggi
altrettanto riduttivo quanto quello di
ascrivere a merito esclusivo della
pittura di Tiziano una sua perfetta
aderenza alla rappresentazione del reale.
Uno scritto di Carl Einstein (1*)
contribuì ad aprire un primo spiraglio
per uscire da quell'iniziale visione
ristretta; egli accanto
all'approfondimento degli aspetti
strutturali, spaziali ed architettonici
della scultura africana, definiva "atto
religioso" l'opera dell'artista
negro focalizzando nella realizzazione
del suo prodotto non già la volontà di
produrre un effetto sullo spettatore, ma
un'espressione di per sé trascendente.
E' stato poi l'affiancarsi progressivo ai
sostenitori originali della pura forma,
di collezionisti illuminati e di
etnografi sensibili ed informati
dell'arte che ha dato alle opere africane
un senso più ricco, cercando di
collocare ognuna di esse nell'ambito
creativo originale, rilevandone il valore
simbolico, spiegandone le condizioni
d'impiego e la funzione rituale e
mettendo a fuoco l'imprescindibilità del
fattore religioso così strettamente
compenetrato negli elementi, nei mezzi e
nei fini della plastica africana.
Certo non si può dimenticare che, come
spesso accade in questo genere di cose,
lo zelo eccessivo ha portato taluni
all'errore opposto, di lasciarsi cioè
sopraffare dall'interesse etnografico
fino a confondere mediocre e capolavoro.
L'oggi
Il moltiplicarsi, negli ultimi anni, di
studi dedicati all'arte dell'Africa nera
se ha portato alla definizione di aspetti
sempre più specifici delle produzioni
plastiche di quelle regioni giungendo a
delineare, ad esempio, l'idea del bello
presso le stesse etnie originarie, ha,
peraltro, trascurato pressoché
completamente di fare il punto sul nostro
odierno criterio di apprezzamento, di
dare cioè risposta alla domanda: perché
è bella quell'opera? Perché è più o
meno bella di quell'altra?
E' certo che, se indicare dei criteri
generalmente validi di apprezzamento
estetico nei confronti di un'espressione
artistica definita geograficamente e
cronologicamente quale potrebbe essere
l'arte lombarda o quella toscana di un
determinato periodo, è già cosa ardua
il voler precisare dei canoni validi per
un'arte come quella africana che si
disegna addirittura sulla storia di un
continente, può apparire pura utopia;
per una tale analisi, si può, ad ogni
buon conto, provare a stabilire dei
parametri generali, utilizzando la
variabilità delle singole componenti
elementari quale tramite di adattamento
nello specifico.
La disamina tutta particolare che
l'attuale valutazione estetica delle
produzioni negro-africane richiede, mi ha
portato ad elaborare una visione plastica
definita, un poco provocatoriamente,
"forma selvaggia" che equivale
ad un'allargata concezione della forma
pura (nuova forma pura), "mutata"
ulteriormente da tutti quegli elementi di
accumulazione o di sottrazione che
intervenendo su di essa apportano un
contributo determinante alla sua
formulazione definitiva.
4seconda
parte3ai
saggi
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1. Figura di reliquiario realizzata in legno
con lamine di rame e ottone.
Kota del Sud - Gabon.
XIX secolo.
H. cm. 57.

2. Figura femminile realizzata in legno a
patina nera e particolari rilevati in bianco e
bruno.
Guro/Baulé - Costa D'Avorio.
Raccolta alla fine degli anni '20.
H. cm. 38.
3.
Figura maschile (o ermafrodita) realizzata in
legno a patina rituale.
Dogon, Bombou/Toro - Mali, Falesia Sud.
H. cm. 38,5.
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