La
nuova forma pura
Analizzare brevemente l'iter che un
occhio "allenato" compie in
maniera inconscia ed automatica, ci
aiuterà a precisare la nuova
formulazione dell'idea di forma pura.
Prendendo le mosse da quanto resta di
intelligibile della scultura originaria,
così come uscì dalle mani del suo
artefice, viene fatto appello a quei
codici visivi che la nostra cultura è
andata elaborando, cercando però (ed in
ciò consiste l'estensione del vecchio
concetto) di tenere quanto più possibile
presenti i rapporti esistenti tra un tale
andamento morfologico e le culture
originarie.
A titolo esemplificativo, segnalo come
contribuisca, in maniera rilevante, ad
una migliore comprensione dell'opera
Dogon, della foto n. 3, la conoscenza di
quello che fu l'intendimento primo
dell'arte di queste aree, volta non alla
raffigurazione di un aspetto qualsivoglia
della realtà ma alla rappresentazione di
un mito da cui il sistema socio-religioso
traeva origine e legittimazione.
Nella scultura che ritrae il Nommo, genio
androgino delle acque (inviato sulla
terra dal padre Amma, dio creatore, con
le sementi da donare al mondo) cogliamo,
per brevità, due sole notazioni:
la sorprendente esecuzione degli arti
superiori trova giustificazione
nell'evocare la rottura delle
articolazioni delle braccia (prima
flessibili), da cui ebbe origine il
lavoro umano.
Il motivo dell'acqua che è
inciso tanto sulle spalle quanto sulla
barba allude, invece, alla mitica
invocazione di tale elemento vitale e non
costituisce assolutamente un mero
esercizio di decorazione.
Ritengo che questi semplici particolari
bastino a chiarire l'importanza rivestita
dall'indagine etnografica nella
definizione della cosiddetta "ragione
dell'arte", nell'identificazione
delle caratteristiche specifiche (le
variabili) delle diverse produzioni
plastiche negro-africane e, non da
ultimo, nel non facile compito di
distinguere il vero dal falso in questo
campo.
Del tutto anacronistica appare, pertanto,
la posizione espressa da Carlo Ludovico
Ragghianti che in uno scritto del 1981 (2*)
accusa addirittura di "ignoranza
dell'arte" (che indica come spesso
propria degli specialisti) tutti
coloro che hanno condiviso o ripreso quel
celeberrimo esempio (la cui idea
originale ritengo appartenga a Denise
Paulme) che dice: "voler giudicare
una maschera o una statua di queste
regioni (africane) sul solo piano
estetico, ignorandone volutamente il
disegno del suo autore, non appare meno
assurdo che pretendere di studiare la
scultura medievale facendo astrazione dal
cristianesimo"; questa sciocchezza
o falso storico, come Ragghianti
definisce ancora tale posizione, lo porta
a negare qualsiasi connessione tra opera
e cultura originaria in quanto
contrastante con una (ermetica) visione
della storia che non subisce, ma è
frutto dell'arte.
Gli elementi di trasformazione
Ritornando brevemente a seguire la
dinamica del giudizio estetico portato
sull'arte africana dobbiamo ora prendere
in considerazione l'insieme degli
elementi di trasformazione; esistono,
infatti, tutt'una serie di modificazioni
operate dal tempo, dalla manipolazione (leggi
anche usura), dalle aggiunte (ricettacoli
magici, infissioni di chiodi o lame ...),
dalle aspersioni o altre pratiche rituali
che contribuiscono a dare all'opera
originaria una più o meno differente
forma definitiva, "la forma
selvaggia".
La statua magica Yombe/Kongo, della foto
n. 4, deve il suo aspetto attuale non
esclusivamente alla grande sensibilità
dello scultore che seppe esprimere
dei rapporti volumetrici così forti ed
appropriati, ma anche alle ripetute
pratiche rituali operate dallo "stregone"
con l'aggiunta di contenitori di sostanze
magiche ed altro.
Note
(1*) "Negerplastik"- Lipsia,
1915.
(2*) "La forma fa storia" in
Critica d'arte
africana - Firenze, 1981. 3ai
saggi
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4. Figura magica realizzata in legno con
aggiunta di materiali eterogenei.
Yombe/Kongo - Rep. Dem. Congo.
H. cm. 33.
5. Figura magica realizzata in legno con
aggiunta di un perizoma di pelliccia.
Kusu - Rep. Dem. Congo.
H. cm. 13,5.
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